Viaggio nel pianeta MIDI – puntata 1

Il protocollo MIDI ha compiuto 30 anni. E’ sopravvissuto integro alle varie rivoluzioni tecnologiche, alla caduta del muro di Berlino, all’euro, alla crisi mondiale. Qual’è il segreto del suo successo? Perchè è ancora oggi un linguaggio essenziale nella produzione musicale? Cose è cambiato dal 1982 (anno della presentazione al pubblico)? Che prospettive ci sono per il suo futuro? Quali sono le funzioni più innovative? Ci sono tante risposte da dare a ciascuna di queste domande e le vedremo durante questo percorso. Prima di tutto però dobbiamo capire cosa sia il protocollo MIDI e pertanto inizieremo dalla sua struttura e dalla sua storia per arrivare ai giorni d’oggi e capire quanto sia importante per un musicista che dispone di tecnologia. Intanto è bene fare una piccola premessa: il MIDI è pur sempre un linguaggio strettamente connesso a quello musicale e pertanto se non si hanno delle buone conoscenze di teoria musicale difficilmente si potranno sfruttare al 100% le funzioni di editing MIDI presenti nelle moltitudini di applicazioni software (sequencer, virtual instruments, plug-in, notazionali, utilities, ecc.) che popolano le terre di mezzo della tecnologia musicale.

Mettetevi comodi, allacciate le cinture di sicurezza, si parte.

Il protocollo MIDI (acronimo di Music Instrument Digital Interface, ovvero Interfaccia Digitale per Strumenti Musicali) è un insieme costituito da un linguaggio numerico (che usa stringhe binarie formate da uno o più byte) e da un’interfaccia hardware (che utilizza porte di comunicazioni connesse tra loro attraverso cavi di tipo pentapolari a 5 din) grazie alla quale strumenti musicali elettronici (sintetizzatori, campionatori, processori di effetti, mixer, drum machine, tastiere, ecc.) possono scambiarsi informazioni e possono essere utilizzati a distanza dal musicista utente che agendo su uno strumento definito master può suonare o programmare altri strumenti chiamati slave.

La possibilità di controllare semplicemente ed agevolmente i parametri delle nuove sorgenti sonore elettriche, elettroniche ed elettromeccaniche ha sempre accompagnato ed affascinato musicisti, compositori, ricercatori, tecnici che all’inizio del secolo scorso avevano avviato la ricerca di un nuovo linguaggio musicale per superare la crisi della complessità che stava vivendo la musica cosiddetta classica. C’era chi ricercava il linguaggio nuovo contaminando il classico con le culture musicali di altri popoli, chi cercava forme, polinomi e serie matematiche complesse, ma diversi sentirono l’esigenza di progettare anche nuovi strumenti musicali per poter comunicare le nuove forme. Quando arrivarono i primi sintetizzatori, per poter controllare e modificare agevolmente i parametri dei vari moduli (oscillatori, filtri, inviluppi, amplificatori, mixer) si utilizzò brillantemente la tecnica del control voltage. Ad esempio, utilizzando un modulo di controllo dell’altezza degli oscillatori, che riproduce la tastiera di un pianoforte, ogni volta che si preme un tasto musicale si generano due segnali: il primo, detto Gate (un interruttore), serve ad attivare il secondo segnale elettrico il cui voltaggio agisce sulla frequenza degli oscillatori ottenendo la discretizzazione dell’uscita sonora dell’oscillatore stesso e pertanto le note musicali. Fintanto che il tasto rimane premuto il musicista ascolta in uscita un suono di altezza controllata ma nel momento in cui decide di non suonare più quel tasto il valore off del gate interrompe il controllo in voltaggio e la macchina smette di suonare. L’ottava musicale poichè è divisa in 12 semitoni e tra la prima nota (il do) e l’ultima (il do successivo) c’è una differenza di voltaggio pari ad 1 volt,  ogni nota ha un valore pari ad 1/12 di volt. Nonostante questa tecnica sia molto potente è anche piuttosto limitata in quanto le operazioni che si possono compiere contemporaneamente e su un network di macchine musicali non sono numerosissime.

Quando negli anni ’70 i sintetizzatori ebbero un incredibile successo portando sonorità nuove nella musica rock, pop, jazz, contemporanea, nella musica da film, negli spettacoli live, si percepì chiaramente l’esigenza di poter controllare meglio tutte le macchine disponibili. La poca disponibilità di polifonia e multi timbricità costringevano i tastieristi a circondarsi di castelli di sintetizzatori controllabili con mani e pedali. Nel frattempo però cominciava a diffondersi anche la tecnologia digitale che consentiva prima di tutto un editing timbrico memorizzabile in un preset su piccole allocazioni di memoria. Fu una vera e propria rivoluzione e qualcuno intuì che utilizzando proprio quella tecnologia numerica si sarebbe potuto creare un nuovo sistema di controllo sulle numerose funzioni dei sintetizzatori intervenendo anche non direttamente sulla macchina ma agendo su di essa tramite un’altra macchina.

Il progettista Dave Smith coadiuvato da Chet Wood, entrambi della società americana Sequential Circuits, nota per la produzione dei sintetizzatori Prophet, cominciò agli inizi degli anni ’80 lo sviluppo di un sistema numerico in grado di codificare alcune azioni eseguibili sul sintetizzatore (premere un tasto, muovere una manopola o un fader, variare il valore di un parametro come ad esempio la frequenza di taglio di un filtro e così via) e di trasmetterle ad un altro sintetizzatore per poter ripetere quelle azioni. Questo sistema richiedeva quindi l’associazione di un’azione ad un’univoca stringa binaria (una parola costituita da uno o più byte) e la realizzazione di un’interfaccia hardware per la sua trasmissione e ricezione. L’insieme di hardware e di software dovevano prevedere anche un protocollo di intesa tra diverse case costruttrici di strumenti musicali elettronici. Il protocollo venne chiamato MIDI e venne presentato al pubblico nell’estate del 1983 durante la fiera NAMM (North American Music Manufactures) di Los Angeles quando venne mostrato il Prophet 600, primo sintetizzatore dotato di interfaccia MIDI.

[fonte: http://www.vintagesynth.com/sci/p600.php]

Il successo e l’interesse fu tale che molte case costruttrici americane, nipponiche ed europee decisero di dotare i propri sintetizzatori dell’interfaccia avviando di fatto la commercializzazione e la diffusione del protocollo. Nel 1985 l’IMA (International MIDI Association) pubblicò le specifiche tecniche del protocollo MIDI in un documento chiamato MIDI 1.0 rendendolo uno standard definitivo.

Puntata 2

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Informazioni su silviorelandini

sound designer, docente di tecnologie musicali, direttore iitm
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